MATESE E SALUTE: PIANTE OFFICINALI E ANTICHI RIMEDI.

Posted By: Gianluca Petrucci In: Zacà Project On: Comment: 0 Hit: 163

Già 60 mila anni fa, l’uomo faceva uso di Achillea, Millefoglie, Altea e numerosi altri vegetali, ricorrendo al potere curativo delle piante che nascevano spontaneamente.

Il Massiccio del Matese è un complesso montuoso appartenente agli Appennini Sanniti. Esteso tra due Regioni e quattro province, è racchiuso in un perimetro di 1.440 km² e raggiunge i 2.050 m di quota. Il suo basamento dolomitico, le rocce calcaree e i suoi fertili terreni ospitano una flora molto ricca, composta in particolare da numerose specie di piante officinali e, le sue genti conservano una ricca tradizione sulle pratiche di preparazione e di utilizzo dei medicamenti naturali.

Un territorio quindi che “abbonda di cose semplici, di erbe, di frutti tra i più ricercati, e stimabili; come il dente di leone, che chiamano cicoria del Matese, il Lino col fiore giallo, e soprattutto l’elefantide, che non si trova altro che quivi, e nelle alpi…” ricordava il Trutta nel ‘700, ma una terra ricca anche di usi e tradizioni legati all’utilizzo farmacologico dei suoi vegetali.

Non sappiamo quali rimedi adoperassero le popolazioni autoctone del Matese ma, così come i Sanniti, le prime genti matesine, pastori e agricoltori a livello di sussistenza, ricorrevano a talismani, amuleti e riti apotropaici per scongiurare tutto ciò che poteva essere causa di malanni. Veneravano le dee Inter Stita e Perna, numi tutelari delle partorienti e Angitia, dea della guarigione e della sicurezza; incidevano i loro nomi sui talismani e offrivano ex voto a questa o a quella divinità, al fine di propiziarsi la guarigione o per ringraziare della “grazia” ricevuta.

Nel corso dell’Impero, l’area del Matese ormai romanizzata, doveva apparire disseminata di ville-fattorie in cui fiorivano l’agricoltura e la pastorizia, di edifici di pubblica utilità come terme, teatri e templi e non è improbabile che vi fossero anche degli ospedali, nei quali si preparavano rimedi adoperando la farmacopea galenica e si provvedeva al trattamento medico degli infermi seguendo gli insegnamenti ippocratici. Tuttavia questi erano poco accessibili e nella quotidianità le comunità matesine ricorrevano a “uomini e donne di medicina” che applicando e somministrando unguenti, tisane e decotti composti da elementi di natura animale, vegetale e minerale cercavano di porre rimedio ai malanni dei pazienti. Molto usati, ad esempio, erano il cavolo, considerato una vera panacea, così come il vino, in particolare il rosso, e l’olio di oliva che veniva adoperato per combattere i reumatismi.

Anche durante il medioevo, quando Vandali, Longobardi, Saraceni e Normanni devastarono il territorio e ne ridussero le città a poco più che villaggi, ai poveri, ai malati e ai pellegrini non rimaneva che affidarsi, in caso di bisogno, all’ospitalità di ostelli idonei, alla beneficenza delle abazie, o a quelle “persone del popolo” che, in quasi tutti i paesi, praticavano l’arte medica seguendo i dettami della tradizione, in un miscuglio di ricette dettate dall’esperienza e di orazioni nelle quali si recitavano, perlopiù, le virtù dei santi.

L’Assenzio, l’Artemisia e la Salvia così come il Vischio, venivano largamente adoperati come medicamenti in caso di febbri, tossi, reumatismi e dolori addominali. Anche il Frassino era molto apprezzato per i suoi poteri “magici”, dato che veniva utilizzato sia per curare il rachitismo nei bambini che come diuretico, lassativo e antiemorragico.

Iniziarono a nascere anche vere e proprie scuole di erboristeria, come a Faicchio, dove nei pressi di Fontanavecchia si insegnava il potere curativo delle piante o come a Piedimonte dove, accanto all’ospedale di S. Domenico, i frati allestirono una speziaria in cui venivano preparati medicamenti semplici e composti.

Con i grandi viaggi e la scoperta di mondi lontani, arrivarono anche nuove specie vegetali, del tutto sconosciute alle genti matesine. Il pomodoro, la patata, il mais, il peperoncino e numerose altre piante entrarono non solo nella dieta locale ma vennero adoperate, a volte, anche nella farmacopea popolare. Così come il pomodoro che, bollito con aglio, peperoncino e finocchio, veniva somministrato come decotto per depurare l’organismo.

Le nuove intuizioni mediche e chimiche, inoltre, contribuirono ad arricchire i ricettari e a moltiplicare i rimedi. Per combattere i vermi intestinali, ad esempio, alcuni praticavano anche rimedi somiglianti più a formule alchimistiche che a semplici decotti. Si  consigliava, infatti, di consumare la mattina a digiuno, una dramma di argento vivo (Mercurio) pestata in un mortaio di vetro insieme a semi di cicoria, zucchero rosato e con l’aggiunta di quattro o cinque gocce di acquavite purissima. O ancora, per favorire una gravidanza bisognava far bere alla donna interessata per tre giorni un decotto preparato con i testicoli di castrato e di lepre essiccati e pestati con cinnamomo, zenzero bianco, majorana, zafferano, nocciola e pistacchi, mischiati e cotti in 2 libbre di malvasia, per poi farla congiungere con il marito il quarto giorno.

Gli abitanti del Matese sono ricorsi a guaritori e guaritrici e al “potere magico” delle sue erbe fino alla metà del secolo scorso, curandosi generalmente con l’alloro e la camomilla per sedare i dolori addominali, con le foglie essiccate e fumate della belladonna contro la pleurite, con il decotto di fusto e fiori della genziana per le febbri, con i frutti, i semi, le foglie e le radici di numerose altre piante.

La maggior parte di questi rimedi, ovviamente, avevano la possibilità di guarire l’ammalato più per il rapporto che si instaurava tra l’operatore e il paziente che per la reale composizione della cura.

Non sempre, infatti, il primo conosceva con esattezza la reazione dei principi attivi che stava per somministrare. Formule e tecniche erano sostenute da un pensiero di tipo magico, dalla fiducia nei mezzi impiegati, comunemente valutati ricchi di proprietà particolari e di significati allegorici, e dalla fede nell’ operatore, stimato uomo di santità e di provate capacità nel praticare il rito terapeutico.

Tuttavia, una ricerca del 2007 condotta dal Dipartimento di Farmacia Sperimentale dell’ Università Federico II di Napoli sulle proprietà terapeutiche delle piante presenti nell’area matesina, ha messo in risalto come alcune di esse presentino realmente virtù medicamentose. I frutti del lentisco hanno dimostrato effettivamente di svolgere attività spasmolitiche, così come i fiori e le foglie dell’elicriso e dell’issopo. Anche le foglie e i fiori della menta e il frutto del finocchio hanno dato prova di possedere qualità antiossidanti così come le foglie di mirto possiedono proprietà antiinfiammatorie.

In fondo, come recita un antico proverbio matesino, “‘a ruta ogni mal’stut’”.

Stay Human. Live Easy Nature.

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